La nascita prematura è un evento imprevisto che travolge l’intera famiglia. Nessuno è preparato ad affrontare la complessità della terapia intensiva neonatale (TIN): un ambiente altamente tecnologico, indispensabile per la sopravvivenza del neonato, ma spesso ostile al contatto, all’intimità e al legame madre-bambino.
In questo contesto, l’allattamento al seno diventa una vera sfida: ostacolato dalle separazioni, da informazioni frammentarie e da prassi ospedaliere non sempre favorevoli.
Eppure, il latte materno è la migliore medicina possibile per un bambino prematuro: una terapia naturale, personalizzata e insostituibile.
Gli ostacoli ospedalieri all’allattamento
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Separazione madre-bambino: l’incubatrice impedisce il contatto diretto, ritardando l’avvio dell’allattamento.
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Ambiente ostile: luci, rumori, procedure invasive e spazi condivisi riducono la privacy.
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Approccio diffidente: in molti reparti si ricorre subito a biberon e sondini senza tentare il seno.
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Coinvolgimento dei genitori ancora limitato: mamma e papà non sempre vengono riconosciuti come parte integrante della cura.
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Comunicazione e formazione da migliorare: a volte i genitori ricevono informazioni frammentarie o poco chiare, oppure incontrano approcci diversi tra operatori. Una comunicazione più omogenea e una formazione condivisa sull’allattamento nei prematuri potrebbero ridurre dubbi e aumentare la fiducia delle famiglie.
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Barriere pratiche: mancanza di poltrone, orari rigidi, assenza di spazi accoglienti.
I bisogni fondamentali dei genitori
Per sentirsi parte della cura ed affrontare la TIN senza sentirsi "spettatori", mamma e papà hanno bisogno di:
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informazioni chiare, coerenti ed aggiornate;
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inclusione nelle cure quotidiane del bambino;
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contatto pelle a pelle (kangaroo mother care) il prima possibile;
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supporto empatico, senza giudizi né sensi di colpa;
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assistenza individualizzata, rispettosa della loro storia e dei loro tempi.
Un aspetto spesso sottovalutato è che la nascita prematura interrompe il processo naturale di costruzione dell’identità genitoriale.
Normalmente, durante la gravidanza, mamma e papà maturano progressivamente la consapevolezza del loro nuovo ruolo.
Quando invece la gravidanza si interrompe prima del termine fisiologico, questo percorso rimane bruscamente sospeso: servono tempo, sostegno e graduale metabolizzazione per arrivare a sentirsi davvero genitori.
Alcuni vivono uno “scatto di consapevolezza” immediato, altri necessitano di settimane o mesi.
È fondamentale che il personale sanitario tenga conto di questa fragilità, evitando di escludere i genitori dalla cura e riconoscendo che la centralità del loro ruolo è parte integrante della terapia stessa.
Supporto alla madre nelle prime ore dopo il parto
La separazione precoce è inevitabile nei prematuri, ma le prime ore dopo il parto sono decisive.
Se la mamma non viene istruita subito sulla spremitura del latte, il rischio è che la produzione non parta o si riduca drasticamente.
È fondamentale che la madre riceva:
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un tiralatte ospedaliero di qualità, preferibilmente a doppia estrazione;
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la flangia della misura corretta, per evitare dolore e inefficacia;
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istruzioni pratiche su come e quanto tirare, con quale frequenza e come conservare il latte;
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incoraggiamento a iniziare entro la prima ora dal parto, o comunque entro le prime 6 ore.
Migliorare l’estrazione: il ruolo delle emozioni e della genitorialità
Estrarre il latte non è solo un gesto tecnico: è un modo concreto di prendersi cura del proprio bambino.
Sapere che il suo latte è terapeutico rafforza la competenza genitoriale e dà alla madre un ruolo attivo in un contesto che spesso la fa sentire spettatrice.
Alcuni gesti possono stimolare l’ossitocina e migliorare la produzione:
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Preparare un ambiente favorevole, in cui ci si senta tranquille e in uno stato di comfort.
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Ricevere un massaggio ossitocinico alla schiena da parte del partner o di una persona di riferimento.
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Spremere il latte durante il contatto pelle a pelle.
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Sedersi accanto all’incubatrice o vicino alla culletta.
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Guardare una foto del bambino, ascoltare la sua voce o annusare i suoi vestitini.
Questi momenti rendono l’estrazione un rituale di connessione che sostiene il legame madre-bambino e riduce il senso di impotenza.
L’importanza del latte materno per i prematuri
Il latte della propria madre è molto più di un alimento: è una terapia biologica personalizzata.
In particolare il colostro:
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protegge da infezioni ed enterocolite necrotizzante (NEC);
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migliora la digeribilità e accelera la maturazione intestinale;
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arricchisce il microbiota;
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sostiene lo sviluppo cognitivo e retinico;
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stabilizza temperatura e frequenza respiratoria, soprattutto con il pelle a pelle;
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favorisce la più rapida ripresa del peso alla nascita;
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riduce la durata della nutrizione parenterale;
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migliora la maturazione enzimatica, ormonale e la motilità intestinale.
Nei prematuri, più vulnerabili per riserve energetiche ridotte e rischio di ipotermia/ipoglicemia, il latte materno è davvero la prima medicina.
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La suzione non nutritiva: un ponte verso il seno
Quando il neonato non è ancora pronto per l’allattamento diretto, la suzione non nutritiva (SNN) diventa un prezioso alleato.
Benefici fisiologici
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riduce la durata della degenza ospedaliera;
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associa la suzione alla sazietà, facilitando il passaggio al seno;
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migliora ossigenazione, utilizzo del glucosio e digestione.
Benefici comportamentali
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favorisce autoregolazione e comodità;
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riduce il consumo energetico;
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aumenta la vigilanza e la capacità di coordinazione.
Benefici neurologici
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accelera la maturazione del riflesso di suzione;
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allevia il dolore durante le procedure invasive;
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permette un più rapido passaggio all’alimentazione orale;
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previene la perdita del riflesso di suzione;
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migliora l’aumento di peso.
Modalità di suzione non nutritiva
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Seno vuoto della madre: la scelta migliore, per stimolare la lattazione e rafforzare il legame. La mamma può svuotare il seno prima di raggiungere il bambino in TIN.
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Dito pulito della madre: utile quando il seno non è disponibile.
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Ciuccio: lo strumento più usato nelle TIN, ma deve essere specifico per prematuri.
Può essere introdotto anche in neonati sotto 1,5 kg o sotto le 32 settimane, sempre in modo individualizzato.
È particolarmente utile:-
durante procedure dolorose;
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per la gestione dello stress;
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durante la nutrizione con sondino, per associare la suzione alla sazietà.
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Non va mai utilizzato con soluzioni zuccherine, salvo in protocolli specifici di prevenzione del dolore.
Fondamentale garantirne sempre la pulizia e disinfezione.
La transizione al seno: un percorso graduale
Molti prematuri iniziano l’alimentazione con sondino o supplementatori, ma la transizione al seno deve essere una priorità.
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Il momento dipende dalle condizioni cliniche del bambino: stabilità respiratoria, forza e coordinazione.
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Esistono scale di valutazione usate dagli operatori per stabilire quando tentare il primo attacco.
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Le mamme possono chiedere con fiducia: “Quando possiamo provare ad attaccarlo al seno?”
L’avvio precoce, se possibile, è cruciale perché:
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la suzione diretta al seno è la stimolazione più efficace per la produzione di latte;
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migliora la qualità dell’alimentazione e l’esperienza del bambino;
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rafforza il legame madre-figlio;
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riduce la necessità di ausili a lungo termine.
Il seno non è solo nutrimento, ma anche la migliore “terapia riabilitativa” per il prematuro.
Family-Centered Care: la forza del coinvolgimento
Le cure centrate sulla famiglia (Family-Centered Care) rappresentano un modello in cui i genitori non sono visitatori, ma parte integrante della cura.
Quando mamma e papà sono coinvolti:
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il bambino riposa meglio e questo favorisce lo sviluppo cerebrale;
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si riduce la sovrastimolazione sensoriale e il fabbisogno di ossigeno;
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si anticipa l’inizio dell’allattamento diretto;
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migliora l’aumento di peso;
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diminuisce il rischio di infezioni e la durata della degenza;
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si ottengono migliori risultati medici e neurologici.
Per i genitori, significa:
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sentirsi competenti e utili;
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facilitare l’autoregolazione del bambino;
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costruire un’identità genitoriale positiva e resiliente.
Ovviamente, l’assistenza deve essere sempre individualizzata in base alle condizioni del bambino e alle caratteristiche della famiglia.
La dimissione: un passaggio delicato
L’uscita dalla TIN è una conquista attesa, ma anche un momento di fragilità per i genitori, che spesso si sentono impreparati ad assumersi da soli la piena responsabilità del neonato.
Per affrontare questa fase in modo più sereno servono:
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continuità di supporto all’allattamento (consulenti, gruppi di sostegno);
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monitoraggio della crescita, senza pressioni né sensi di colpa;
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incoraggiamento a proseguire l’allattamento, esclusivo quando possibile;
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supporto psicologico per elaborare lo stress vissuto.
In alcune realtà italiane (ad esempio l’Ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti, il Policlinico di Milano – Clinica Mangiagalli, e l’Ospedale dei Bambini Buzzi di Milano) è stata introdotta la Family Room: uno spazio dedicato in cui i genitori, nei giorni precedenti la dimissione, vivono insieme al neonato in un ambiente protetto ma autonomo, come una sorta di “prova generale” del ritorno a casa.
Questa iniziativa, ancora non diffusa in tutte le TIN, si è rivelata preziosa per aumentare la competenza genitoriale, ridurre l’ansia e rafforzare la fiducia nel prendersi cura del bambino una volta fuori dall’ospedale.
Allattare in situazioni difficili non è sempre scontato
Non tutte le madri con un bambino ricoverato in Terapia Intensiva Neonatale riescono ad allattare, e questo non rappresenta un fallimento.
La pressione psicologica, lo stress, la paura e la fatica emotiva possono rendere il carico mentale insostenibile, interferendo con l’avvio o il mantenimento dell’allattamento.
Va bene così.
Ogni esperienza è unica e ogni madre fa il meglio che può nelle condizioni in cui si trova.
Spesso, tuttavia, le difficoltà legate all’allattamento non dipendono da una mancanza di volontà o di capacità, ma dall’assenza di un adeguato supporto pratico, emotivo e psicologico. Il sostegno non deve arrivare solo dall’interno: se senti il desiderio di proteggere il tuo allattamento ma non stai ricevendo l’aiuto di cui hai bisogno, rivolgerti a una consulente IBCLC può fare la differenza in un percorso tanto particolare quanto delicato (se lo desideri, puoi contattare anche me QUI).
E se invece senti di non farcela, va bene lo stesso: stare vicino al tuo bambino, offrirgli contatto pelle a pelle, presenza e accudimento ogni volta che puoi è già una forma profonda di nutrimento.
Perché prendersi cura non significa fare tutto ed essere perfetti, ma esserci.
Conclusione
La prematurità è un percorso difficile, ma il sostegno all’allattamento e il coinvolgimento attivo dei genitori possono trasformarlo in un’esperienza di forza e di crescita.
Il latte materno è la prima medicina, la suzione è il ponte naturale verso il futuro, e la presenza dei genitori in TIN non è un accessorio: è parte integrante della cura e dello sviluppo del bambino.
Scritto da Francesca Romana Filotei
Infermiera pediatrica, IBCLC, consulente del sonno e babywearing
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